Ci guardavamo appena, ormai. Le nostre strade si incrociavano nei corridoi di quella casa che avevamo costruito con un amore immenso. Avevamo definito insieme ogni dettaglio, dalle tende ai suppellettili, battibeccando allegramente nei negozi di bricolage e all’Ikea. Avevamo varcato quella porta con la voglia vorace di toglierci i vestiti di dosso e provare il materasso o il divano. Ancora, e ancora.
Le sue mani bruciavano sul mio corpo.
Adesso di quelle risa non c’era più nulla. Non c’era complicità, non c’era nemmeno l’intenzione di riscoprirci; di scoprirci.

Non so come sia iniziato tutto questo.
Quale sia stato il picco dal quale è cominciata la lenta discesa verso questo limbo, non saprei dirlo con certezza. E’ successo e basta.
Un momento eravamo ancora noi e il momento dopo eravamo diventati due coinquilini che dividono le spese di casa e si danno dei turni per chi deve tenere il bambino.
Si, il bambino. Perché diventare genitori è un casino. Adesso, con il senno di poi, penso che quelli che fanno figli per ‘salvare il rapporto’ sono dei pazzi completi.
Siamo scivolati lentamente dalla condizione di coppia a quella di ‘genitori di…’ senza riuscire ad aggrapparci a nulla che potesse fermare questo declino. Siamo rimasti in trappola.
Andava tutto bene e poi non più.
Tra di noi si è messo Andrea prendendosi attenzioni e spazi. Si è preso i nostri pensieri e il nostro letto; la nostra vita e il nostro futuro. Lui si è preso tutto e noi glielo abbiamo permesso. Amo mio figlio più della mia stessa vita ma non posso negare che mi ha tolto l’aria. E, nonostante questo, io non mi sono mossa di un passo: sono stata ferma a innamorarmi di lui e di noi come famiglia ogni giorno di più. Era naturale, solo che io non sapevo gestirlo.

E il sesso.
Il sesso è solo un ricordo.
I giorni sono passati trasformandosi in settimane e poi in mesi.
Sono sette mesi che Giulio non mi tocca. Quasi ci ho fatto l’abitudine. Quando, quelle rare volte che capita, ci sfioriamo per caso, ormai mi sembra pure strano. Vorrei dire a voce alta che mi da quasi fastidio ma è qualcosa di più complesso. Il sesso mi manca, Dio se mi manca, ma farlo con lui adesso sarebbe come farlo con qualcuno che non conosco affatto. Non ci sarebbe complicità ma puramente meccanica.
Sento imbarazzo misto a lontananza: un mix esplosivo e allo stesso tempo silenzioso. Perché noi non ce lo diciamo quello che sta succedendo: ognuno di noi lo ammette in silenzio, frugando dentro di se.

Silenzio.
Si, questa è la chiave di tutto.
Credo che una buona parte della colpa sia da imputare a lui: il silenzio. Abbiamo smesso di parlare di noi e ci siamo concentrati solo sul bambino. Su chi dovesse tenerlo e quando per dare all’ altro un po’ di spazio. L’ora d’aria in quel carcere che è diventato la nostra condizione di famiglia. Abbiamo smesso di cercare del tempo da dedicare a noi due per riservarlo al singolo. E allora sono diventate più frequenti le partite di calcetto e le cene con le amiche; le ore in palestra e quelle a lavoro.
Piano piano le nostre conversazioni sono diventate una serie di liste di cose da fare e da comprare; di appuntamenti da segnare e di compromessi da fissare sull’ agenda.
Non parlavamo più di nulla. Non comunicavamo più.
Dividevamo le spese e i compiti come dei coinquilini.

 

Liti.
Non litighiamo più.
All’ inizio, credo proprio per il grande amore, dolce e passionale insieme, che ci aveva unito, litigavamo tantissimo.
Ci mancavamo e per questo tentavamo di mantenere ancora vivo qualcosa, seppur in maniera insana. Ci urlavamo contro per sfogare quegli impulsi sessuali repressi. E più volevamo ancora essere l’uno dentro l’altra più la voce diventava alta.
Poi anche quello è passato. Adesso ci lasciamo scivolare addosso le cose e i giorni. Le parole e le azioni.
Ci accontentiamo del nulla che riusciamo a darci, con rassegnazione.

Ci siamo rassegnati.
Forse è questo che ci ha fregati. Abbiamo smesso di lottare per quello che eravamo e che avevamo e abbiamo lasciato le redini. La barchetta che eravamo si è persa in mare aperto senza ancora.
L’ancora di salvezza di noi stessi potevamo solo essere noi due insieme. E non ce l’abbiamo fatta. Io sentivo che c’era ancora qualcosa che poteva essere salvato ma più cercavo di fare qualcosa più, dall’ altra parte, non trovavo nulla a cui appigliarmi e perciò ho mollato la presa. Se ci fosse stato qualcosa da salvare l’abbiamo persa in quel preciso istante, bloccata tra quello che pensavamo e quello che dicevamo e quello che facevamo.
Ho cominciato a pensare a due: io e mio figlio.

Mio figlio.
E’ sempre stato e sarà sempre la priorità di entrambi. Nonostante questa sia stata la causa che ha scatenato l’inizio della fine: ci siamo concentrati troppo ad essere due buoni genitori dimenticandoci di essere dei buoni compagni. Ad un certo punto ci siamo rifuggiati in un luogo in cui non c’era spazio per l’altro se non in maniera rancorosa.
Non ci sono regole da seguire in questi casi: in bocca ti rimarrà sempre l’amaro di chi ha rinunciato a qualcosa che poteva essere perfetto senza un motivo reale.
Entrano in gioco la rabbia e il rancore che sono l’arma vincente per superare tutto, in qualche modo. Odiare con forza è più facile che amare. Dimenticare è complicato. Rimane tutto li, tra i nostri mobili e le nostre pareti bianche. Rimane tutto in quello che, con la speranza e i sogni di chi si ama, si crede sia il futuro.

Poi un giorno scopri che, in fondo, esiste un modo sano di amare.
Di amare ancora.
Nonostante un fallimento così grande come un matrimonio in frantumi e un figlio che, per colpa nostra, ha due lettini, due armadi e la settimana spaccata a metà come lo sono i suoi genitori.
Un giorno qualcuno ti ricorda che non sei solo la mamma di Andrea ma sei anche una donna. Con dei desideri, dei bisogni, dei sogni.

E in qualche modo, seppur con il rimpianto di non essere riuscita a salvare qualcosa, c’è qualcun altro che salva te.